Fabrizio Capodici

E’ una storia da raccontare, quella di Fabrizio Capodici. C’è passione, c’è fatica, ci sono sogni e sfortuna. C’è una carriera da professionista conquistata e svanita – dopo le giovanili con la Juve e il contratto da professionista con il Piacenza – per colpa di un ginocchio che ha fatto crack, “e il treno è passato”, racconta con voce ferma, ma non senza rimpianto.

E c’è una seconda vita, scandita dalla saggezza popolare che sentenzia: non è forte chi non cade, ma chi cade ed è capace di rialzarsi. Ecco, forse questa è la vera “grandezza sportiva” di Fabrizio Capodici. Il treno del professionismo è passato, ma con la stessa passione, la stessa grinta e la stessa ambizione (e gli stessi guantoni, anche se negli anni ne avrà cambiati parecchi…) c’è una carriera da preparatore dei portieri che lo ha portato fino alle giovanili della Juventus, per trasmettere ai giovani la propria esperienza e gonfiare il petto quando uno dei tuoi allievi spicca il salto verso il professionismo.

“Ora lavoro alla Juve, ma ho collaborato per anni con Vincenzo Catera – racconta il portierone – e i risultati ci hanno sempre dato ragione. Due ragazzi che abbiamo cresciuto insieme adesso giocano uno a Perugia, l’altro all’Alessandria. Queste sono soddisfazioni”.

La “seconda vita” di Fabrizio Capodici come preparatore dei portieri è passata anche per una scuola personale e per alcune società dilettantistiche; il suo compito è quello di affinare le doti naturali: “Ad allenare i portieri ho imparato da Gandini, a Piacenza, il mio mentore, il più bravo di tutti, uno che è stato vent’anni con Novellino. Con lui sono cresciuti portieri come Coppola, che negli anni è rimasto un mio grande amico, e Puggioni. La ricetta è semplice: devi adattare i metodi di allenamento al portiere che hai davanti, e non viceversa. Se non sai camminare, non posso insegnarti a correre. Allenamenti personalizzati e specifici, rispetto alle qualità e ai difetti di ciascuno. Tutto qui”. Il rapporto che si instaura tra l’allievo e l’istruttore è quindi particolare, va al di là del semplice rapporto tra giocatore e allenatore: “Mi informo di come vanno a scuola, chiedo come sono andati in partita, li seguo anche fuori dal campo. Per questo, quando uno riesce ad entrare in una società professionistica, la soddisfazione è doppia”.

Un po’ di teoria, infine, non guasta, soprattutto con un numero 1 del livello di Fabrizio Capodici. Sul portiere c’è tanta letteratura, che ruolo è per davvero, è solo leggenda che i portieri sono tutti pazzi? “Il ruolo del portiere è unico e particolare. Un po’ pazzo devi esserlo, sì, se no come fai a buttarti con la faccia e con le mani sui piedi di uno che sta calciando in porta? O come fai a buttarti su qualunque terreno di gioco, pioggia, fango o terra dura che ci sia? Il coraggio penso che debba essere la caratteristica principale di un buon portiere, il coraggio e la giusta spavalderia. Poi da solo il coraggio non basta, ovviamente. Servono doti naturali, serve una grande preparazione tecnica e serve tranquillità”. Infatti il lavoro di preparazione di un giovane portiere, oltre alla preparazione fisica e tecnica, prevede un grande lavoro sulla testa del giovane: “Io prima di tutto cerco di trasmettere tranquillità. Ai ragazzi dico di non preoccuparsi, di non fissarsi sull’errore. Sbaglia Buffon che è il portiere più forte del mondo, possono sbagliare anche loro. L’errore del portiere salta subito all’occhio, non c’è nessuno dietro che possa rimediare, e quasi sempre vuol dire beccarsi un gol. Ma l’errore è inevitabile, prima o poi, per questo non deve diventare un problema: bisogna capire cosa si sbaglia per evitare di ripetere gli stessi errori, per migliorarsi, ma sempre con tranquillità”.

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